Camera, sentenza 22 febbraio 2008, ricorso n. 19516/06, Alexandridis c. Grecia

Libertà di pensiero, coscienza e religione (art. 9) – esaurimento dei rimedi interni – manifestazione della religione o del credo – diritto a non rivelare le proprie convinzioni – esercizio della professione di avvocato – giuramento – diritto ad un ricorso interno effettivo (art. 13)

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Massima

- Accesso all’esercizio della professione di avvocato - Giuramento professionale dinanzi al tribunale secondo la formula della dichiarazione solenne sostitutiva del giuramento sul Vangelo - Pretesa violazione del diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 9) per essere stato il ricorrente costretto a rivelare le proprie convinzioni religiose al momento della scelta della formula del giuramento - Decisione congiunta sulla ricevibilità e sul merito (art. 29 CEDU - art. 54A del Regolamento di procedura) - Eccezione di mancato esaurimento dei rimedi interni (art. 35, par. 1, CEDU) - Rigetto dell’eccezione per difetto dei requisiti di accessibilità ed effettività del rimedio invocato dal Governo (procedura di rettifica) - Ricevibilità del ricorso - La libertà di pensiero, di coscienza e di religione figura, nella sua dimensione religiosa, tra gli elementi più essenziali dell’identità dei credenti, ma è altresì un bene prezioso per gli atei, gli agnostici, gli scettici o gli indifferenti - Dubbia necessità del giuramento dinanzi ad un tribunale quale condizione per l’esercizio della professione forense - Verifica in concreto circa la compatibilità con l’art. 9 CEDU del modo in cui si è svolta la procedura per la prestazione del giuramento - Esistenza, nel caso di specie, di una presunzione secondo la quale l’avvocato che si presenta dinanzi al tribunale è cristiano-ortodosso e desidera prestare il giuramento religioso, con la conseguente necessità per chi non lo sia di rivelare almeno in parte le proprie convinzioni religiose - Redazione del verbale di giuramento secondo la formula religiosa nonostante il ricorrente avesse optato per la dichiarazione solenne - Il fatto che il ricorrente sia stato costretto a rivelare dinanzi al tribunale competente di non essere cristiano-ortodosso e di non voler prestare il giuramento religioso ha leso la sua libertà di non dover manifestare le proprie convinzioni religiose - Violazione dell’art. 9 CEDU - Pretesa violazione del diritto ad un ricorso interno effettivo (art. 13 CEDU) - Assenza di rimedi interni accessibili ed efficaci - Violazione dell’art. 13 CEDU - Equa soddisfazione (art. 41 CEDU) - Liquidazione del danno morale.

Nota

Il caso concerne le modalità di prestazione del giuramento per l’accesso alla professione di avvocato.

La Corte ha ribadito la propria giurisprudenza secondo cui la libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 9 CEDU) tutela anche il diritto di non rivelare le proprie convinzioni ed ha riscontrato la violazione di tale libertà nel caso di specie in quanto il ricorrente, dichiarando dinanzi al giudice di voler optare per la dichiarazione solenne al posto del giuramento religioso, era stato costretto a rivelare la propria non appartenenza alla fede cristiano-ortodossa.

Per un precedente in cui si era posto il problema della conformità con l’art. 9 CEDU del giuramento per l’accesso ad una carica pubblica v., in particolare, sentenza 18 febbraio 1999, ricorso n. 24645/94, Buscarini e altri c. San Marino.