Camera, sentenza 15 gennaio 2008, ricorso n. 15625/04, Bagarella c. Italia

Divieto di tortura (art. 3) – trattamento inumano – trattamento degradante – natura assoluta e inderogabile del divieto – condizioni di detenzione – soglia minima di gravità – diritto al rispetto della vita familiare (art. 8) – ingerenza – necessità in una società democratica – corrispondenza – previsione di legge

 TestoVisualizza il testo integrale

Massima

- Applicazione del regime detentivo speciale di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario (l. n. 354/75) - Decisione congiunta sulla ricevibilità e sul merito (art. 29 CEDU e art. 54A del Regolamento di procedura della Corte): rigetto dell’eccezione procedurale del Governo italiano - Pretesa violazione del divieto di trattamenti o pene inumani o degradanti (art. 3 CEDU) in ragione degli effetti dell’isolamento carcerario cui il ricorrente è stato sottoposto in applicazione del regime detentivo speciale - Natura assoluta e inderogabile del divieto di tortura e di trattamenti o pene inumani o degradanti anche nelle circostanze più difficili, quali la lotta contro il terrorismo ed il crimine organizzato - Irrilevanza dei reati commessi dal ricorrente ai fini dell’esame della sua doglianza alla luce dell’art. 3 CEDU - Soglia minima di gravità necessaria affinché un trattamento ricada nell’ambito del divieto - Il regime speciale previsto dall’art. 41-bis, che comporta un semplice isolamento sociale relativo, non costituisce, di per sé, un trattamento inumano o degradante - Tenuto conto degli argomenti invocati dalle autorità nazionali per giustificare il mantenimento delle restrizioni imposte al ricorrente, l’applicazione del regime speciale per la durata di 13 anni non ha comportato delle sofferenze o delle umiliazioni al di là di quelle inevitabilmente connesse ad una data forma di trattamento, nella specie prolungato, o di pena legittima - L’isolamento sensoriale completo combinato con un isolamento sociale totale può distruggere la personalità e costituisce una forma di trattamento inumano, mentre l’interdizione di contatti con gli altri detenuti per ragioni di sicurezza, disciplina e protezione non costituisce di per sé stessa una forma di pena o trattamento inumano - L’isolamento parziale e relativo cui il ricorrente è stato sottoposto non raggiunge il livello di gravità necessario per ricadere nell’ambito del divieto di cui all’art. 3 CEDU - Manifesta infondatezza della doglianza - Pretesa violazione del diritto al rispetto della vita familiare (art. 8 CEDU) in ragione delle restrizioni imposte alle visite dei familiari del ricorrente - Esigenza di recidere i legami esistenti tra la persona interessata ed il suo ambiente criminale di origine al fine di minimizzare il rischio che il detenuto mantenga contatti personali con le strutture delle organizzazioni criminali - Tenuto conto della natura specifica del fenomeno della criminalità organizzata di tipo mafioso e del fatto che spesso le visite familiari sono state il mezzo di trasmissioni di ordini e di istruzioni verso l’esterno, le restrizioni “importanti” alle visite e i controlli che ne accompagnano lo svolgimento non possono considerarsi sproporzionati rispetto agli scopi legittimi perseguiti - Irrilevanza del mero decorso del tempo ai fini di un’eventuale violazione del diritto garantito dall’art. 8 CEDU - Manifesta infondatezza della doglianza - Pretesa violazione del diritto al rispetto della corrispondenza (art. 8 CEDU) - Ricevibilità della doglianza - Controllo della corrispondenza del detenuto ai sensi dell’art. 18 dell’ordinamento penitenziario - Difetto del requisito di “legalità” nella misura in cui tale disposizione non regola né la durata del controllo né i motivi che la possono giustificare e non indica con sufficiente chiarezza l’estensione e le modalità di esercizio del potere di apprezzamento delle autorità competenti (giurisprudenza costante) - Violazione dell’art. 8 CEDU - Equa soddisfazione (art. 41 CEDU) - Danno patrimoniale: rigetto della domanda per difetto del nesso di causalità - Danno non patrimoniale: la constatazione di violazione è di per sé stessa sufficiente a compensare il danno non patrimoniale sofferto dal ricorrente.

Nota

In questo caso, confermando in sostanza la propria precedente giurisprudenza (v. decisione 13 novembre 2007, n. 15619/04, Attanasio c. Italia), la Corte ha ritenuto che la prolungata applicazione del regime di cui all’art. 41bis dell’ordinamento penitenziario, associata all’assegnazione all’”area riservata” del penitenziario, con conseguente ulteriore isolamento, non costituisse un trattamento “inumano o degradante” ai sensi dell’art. 3 CEDU.