Grande Camera, sentenza 22 febbraio 2008, ricorso n. 37201/06, Saadi c. Italia

Divieto di tortura (art. 3) – trattamento inumano – trattamento degradante – espulsione - sostanziali motivi – rischio reale di subire trattamenti vietati – misure provvisorie – natura assoluta e inderogabile del divieto – lotta al terrorismo – protezione della sicurezza – assicurazioni diplomatiche.

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Massima

- Provvedimento di espulsione del ricorrente verso Tunisia per ragioni di prevenzione del terrorismo adottato dal Ministro dell’Interno sulla base dell’art. 3 della l. n. 155/05 - Sospensione dell’espulsione in via cautelare mediante indicazione al Governo italiano di misure provvisorie ai sensi dell’art. 39 del Regolamento di procedura - Pretesa violazione del divieto di espulsione verso Paesi in cui vi sono sostanziali motivi di credere che la persona corra il rischio reale di essere sottoposta a torture o trattamenti inumani o degradanti (art. 3 CEDU) - Natura assoluta ed inderogabile del divieto di tortura e di trattamenti o pene inumani o degradanti - Irrilevanza ai fini dell’art. 3 CEDU della condotta della vittima e della natura dei reati asseritamente commessi - Valutazione “rigorosa” circa la sussistenza del “rischio reale” di esposizione a trattamenti vietati alla luce di tutto il materiale messo dalle parti a disposizione della Corte ovvero da questa acquisito proprio motu - Esame delle conseguenze prevedibili dell’espulsione tenuto conto della situazione generale nel Paese di destinazione e delle condizioni particolari dello straniero - Rilevanza, ai fini dell’esame della situazione generale, delle informazioni contenute in rapporti di associazioni indipendenti operanti nel campo della protezione dei diritti umani, quali Amnesty International, o in fonti governative, come il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America - Rilevanza, ai fini della valutazione del rischio, dell’appartenenza del ricorrente ad un gruppo sistematicamente esposto a pratiche di maltrattamenti nel Paese di destinazione - Esistenza del rischio da valutarsi essenzialmente con riferimento ai fatti che erano o dovevano essere conosciuti dalle autorità statali al momento dell’espulsione, ma, nel caso di espulsione ancora non eseguita, esigenza di tenere conto delle circostanze esistenti al momento dell’esame del caso da parte della Corte - Le enormi difficoltà che gli Stati affrontano nel proteggere le proprie comunità dalla violenza terroristica non possono mettere in dubbio la natura assoluta dell’art. 3 CEDU - Infondatezza dell’assunto del Governo britannico, intervenuto nel giudizio, secondo cui, nel caso di espulsioni ed estradizioni, la protezione da maltrattamenti nello Stato di destinazione dovrebbe essere bilanciata con l’interesse della comunità statale alla sicurezza - Riaffermazione del principio di cui alla sentenza Chahal secondo cui non è possibile bilanciare il rischio di subire trattamenti vietati con le ragioni sottese all’espulsione: irrilevanza della condotta dell’interessato, per quanto indesiderabile o pericolosa - Infondatezza dell’ulteriore assunto del Governo britannico secondo cui, allorché il ricorrente costituisca una minaccia per la sicurezza nazionale, sarebbero necessarie prove più convincenti circa l’esistenza del rischio di maltrattamenti - Assenza di validi motivi per modificare lo standard probatorio richiesto nel caso di espulsioni o estradizioni a rischio - Sussistenza nel caso di specie del rischio reale per il ricorrente di subire trattamenti contrari all’art. 3 CEDU se espulso in Tunisia alla luce delle fonti di informazione a disposizione delle Corte - L’esistenza di leggi interne e l’adesione a trattati in materia di diritti umani non sono sufficienti a garantire adeguata protezione avverso il rischio di maltrattamenti - Eventuali assicurazioni diplomatiche da parte dello Stato di destinazione (richieste nel caso di specie dall’Italia ma non prestate dalla Tunisia) non idonee ad assolvere la Corte dall’obbligo di esaminare se, in concreto, tali assicurazioni siano sufficienti a garantire la protezione del ricorrente dal rischio di trattamenti vietati - Violazione dell’art. 3 CEDU - Non necessario esaminare le ulteriori doglianze del ricorrente relative alla pretesa violazione del diritto ad un equo processo per il rischio di subire, se rimpatriato in Tunisia, un “flagrante diniego di giustizia” (art. 6 CEDU), del diritto al rispetto della vita familiare (art. 8 CEDU) e delle garanzie in materia di espulsione (art. 1 del Protocollo n. 7), in ragione della constatata violazione dell’art. 3 CEDU - Equa soddisfazione (art. 41 CEDU) - Insussistenza del danno patrimoniale - La constatazione della violazione dell’art. 3 CEDU costituisce un’equa soddisfazione sufficiente per il danno non patrimoniale.

Nota

In questo caso, la Corte ha ritenuto che l’espulsione del ricorrente verso la Tunisia lo esponesse al rischio di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti.

La Corte si è fondata, in particolare, sulle informazioni provenienti da ONG indipendenti (Amnesty International, Human Rights Watch) e dal Dipartimento di Stato USA circa il trattamento riservato in Tunisia alle persone che – come il ricorrente – erano accusate di aver partecipato ad attività terroristiche.

La sentenza riveste importanza anche per la conferma dell’affermazione – contestata dal Governo del Regno Unito, terzo interveniente – secondo cui il rischio di subire trattamenti inumani nel Paese di destinazione non può essere messo in bilanciamento con le esigenze di protezione dell’ordine pubblico anche nel caso in cui lo straniero costituisca una minaccia particolarmente grave per la sicurezza della comunità statale (cfr., sentenza 15 novembre 1996, Chahal c. Regno Unito, Recueil des arrêts et décisions 1996-V).