Camera, sentenza 10 luglio 2008, ricorso n. 3394/03, Medvedyev e altri c. Francia

Diritto alla libertà e sicurezza - traduzione dinanzi all’autorità giudiziaria competente - termine massimo per essere tradotti davanti all’autorità giudiziaria - privazione della libertà

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Massima

Intercettazione da parte della marina francese in acque internazionali al largo di Capo Verde di un’imbarcazione battente bandiera cambogiana sospettata di essere utilizzata per il traffico di stupefacenti, previa autorizzazione del Ministero degli affari esteri della Cambogia – Arresto dell’equipaggio e suo trasferimento in Francia per procedimento penale – Detenzione cautelare dei membri dell’equipaggio al loro arrivo in territorio francese – Condanna dei ricorrenti per associazione a delinquere finalizzata all’importazione non autorizzata di stupefacenti – Pretesa violazione del diritto alla libertà personale (art. 5, par. 1 e par. 3, CEDU) per illegittimità della detenzione di tredici giorni subita dai ricorrenti a bordo della nave francese e per non essere stati tradotti al più presto dinanzi ad un giudice competente a verificare la legalità di tale detenzione – Ricevibilità del ricorso – La lotta contro il traffico internazionale di stupefacenti costituisce una legittima priorità ma non può attuarsi in violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla CEDU – Sussistenza di “giurisdizione” della Francia ai sensi dell’art. 1 CEDU in relazione alla detenzione subita dai ricorrenti al di fuori del territorio francese – La “legalità” della detenzione deve valutarsi non soltanto con riguardo alla legislazione domestica, ma anche tenendo conto delle altre norme applicabili alla fattispecie come quelle che trovano la loro fonte nel diritto internazionale – Interpretazione delle norme internazionali concernenti i poteri esercitabili dallo Stato in alto mare sulle imbarcazioni battenti bandiera di Stati terzi (art. 110 della Convenzione di Montego Bay e art. 17 della Convenzione di Vienna contro il traffico illecito di stupefacenti e di sostanze psicotrope) – Secondo i giudici interni le norme della Convenzione di Vienna non potevano applicarsi al caso di specie (non essendo la Cambogia parte di tale Convenzione), ma ciò non impediva l’esercizio di poteri coercitivi in alto mare sulla scorta dell’autorizzazione ottenuta dallo Stato della bandiera ai sensi dell’art. 108 della Convenzione di Montego Bay – Secondo la Corte una siffatta interpretazione non è convincente, in quanto all’epoca dei fatti le disposizioni interne relative all’esercizio dei poteri di controllo extra-territoriale riguardavano soltanto le navi battenti la bandiera di uno Stato parte alla Convenzione di Vienna – Esistenza di un accordo tra le autorità francesi e cambogiane e possibilità di fondare su di esso l’esercizio dei poteri di controllo sulla nave intercettata, ma non anche la privazione della libertà dell’equipaggio per tredici giorni – Impossibilità di fondare tale privazione sull’art. 17 della Convenzione di Vienna – Le norme in questione non offrono in ogni caso una protezione adeguata contro limitazioni arbitrarie della libertà personale – Mancanza di una base legale per la detenzione subita dai ricorrenti a bordo della nave francese – Violazione dell’art. 5, par. 1, CEDU – Durata della privazione di libertà subita dai ricorrenti prima di essere portati dinanzi ad un giudice (quindici o sedici giorni) – Nella decisione 12 gennaio 1999, ricorso n. 37388/97, Rigopoulos c. Grecia, la Corte ha ritenuto che una tale durata sia in linea di principio incompatibile con la “esigenza di speditezza” richiesto dal testo dell’art. 5, par. 3, CEDU, a meno che non vi fossero circostanze “davvero eccezionali” che la possano giustificare (come nella specie la lunga distanza da percorrere via mare per il rientro in patria) – Anche nel caso di specie vi era un’impossibilità materiale di condurre “fisicamente” i ricorrenti dinanzi ad un giudice in un tempo più breve, ma i ricorrenti non hanno neppure beneficiato di un controllo “a distanza” da parte di un’autorità giudiziaria competente ai sensi dell’art. 5 CEDU (non potendo rilevare al riguardo il controllo esercitato dal pubblico ministero) – Nonostante l’assenza di adeguata protezione contro l’arbitrio, la durata della privazione di libertà subita dai ricorrenti deve ritenersi giustificata da “circostanze davvero eccezionali” (consistenti nel tempo inevitabilmente necessario per il rientro in Francia) – Non violazione dell’art. 5, par. 3, CEDU – Equa soddisfazione (art. 41 CEDU) – La constatazione della violazione costituisce di per se stessa un’equa soddisfazione per il pregiudizio morale sofferto dai ricorrenti – Liquidazione delle spese legali.

Nota

In questo caso, la Corte ha trattato, per la prima volta, la delicata questione della legalità, in diritto internazionale, di una privazione di libertà in alto mare dei membri dell’equipaggio di una nave battente bandiera di una Stato terzo (nella fattispecie: la Cambogia), eseguita dalle autorità di uno Stato contraente. La sentenza presenta interesse anche per l’affermazione secondo cui il procuratore della Repubblica non può considerarsi una “autorità giudiziaria” ai sensi dell’art. 5 CEDU