Camera, sentenza 30 giugno 2008, ricorso n. 22978/05, Gafgen c. Germania

diritto a un processo equo - trattamento inumano - diritto ad un equo processo - procedimento penale - diritto alla difesa

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Massima

Minaccia autorizzata di infliggere acute sofferenze fisiche al ricorrente (sospettato di sequestro di minore) nel corso di un interrogatorio di polizia se non avesse rivelato il luogo in cui si trovava la vittima al fine di salvare la vita di quest’ultima – Condanna penale del ricorrente nonostante l’accertata illegittimità della minaccia di sottoposizione a maltrattamenti per contrasto con la Costituzione e l’art. 3 CEDU – Procedimento penale a carico degli agenti di polizia responsabili della condotta illecita conclusosi con la loro condanna ad una pena pecuniaria sospesa – Pretesa violazione del divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti (art. 3 CEDU) – Natura assoluta del divieto indipendentemente dalla condotta della persona interessata ed anche nel caso di pericolo che minacci la vita della nazione (o a fortiori la vita di un individuo) – Criterio probatorio fondato sullo standard “al di là di ogni dubbio ragionevole” e rilevanza degli indizi sufficientemente gravi, precisi e concordanti – Soglia minima di gravità e sua valutazione relativa – Definizione delle nozioni di trattamento degradante, di trattamento inumano e di tortura – Anche la semplice minaccia di trattamenti vietati, purché sufficientemente reale ed immediata, è contraria all’art. 3 CEDU: in particolare, la minaccia di tortura può costituire per lo meno un trattamento inumano – Nel caso di specie, il ricorrente è stato vittima di minacce sufficientemente reali ed immediate di maltrattamenti inflitti deliberatamente al fine di estorcere informazioni che, ove attuate, avrebbero costituito una vera e propria “tortura” – Considerazioni delle circostanze attenuanti (breve durata dell’interrogatorio, atmosfera di tensione, stato emotivo degli agenti i quali erano sottoposti ad una pressione estrema essendo convinti di disporre soltanto di qualche ora per salvare la vita della vittima) – Qualificazione della “minaccia di tortura” come “trattamento inumano” – Eccezione relativa alla perdita sopravvenuta della qualità di vittima del ricorrente – Affinché una violazione possa dirsi rimediata a livello interno è necessario che le autorità nazionali abbiano riconosciuto, esplicitamente o almeno nella sostanza, tale violazione e che la vittima abbia ottenuto una riparazione adeguata – Nel caso di violazioni dell’art. 3 CEDU è essenziale che lo Stato adotti norme incriminatrici volte a sanzionare i trattamenti vietati e le applichi concretamente individuando e punendo i responsabili – Non è sufficiente a tale riguardo che un tribunale dichiari che un elemento di prova ottenuto illecitamente non avrebbe dovuto essere ammesso nell’ambito di un procedimento penale senza che ciò comporti delle conseguenze per i diritti della difesa garantiti dalla CEDU – Assume rilievo determinante l’eventuale percezione da parte della vittima di un risarcimento pecuniario in misura ragionevole – Nel caso di specie, i tribunali nazionali hanno riconosciuto la violazione dell’art. 3 CEDU, hanno escluso l’utilizzabilità degli elementi di prova ottenuti illecitamente ed hanno perseguito e condannato penalmente gli agenti di polizia responsabili della minaccia di trattamenti vietati – Il fatto che il ricorrente non abbia ancora ottenuto il versamento di una riparazione pecuniaria a livello interno non è decisivo allorché si tratti, come nella specie, di minaccia di tortura non attuata: la condanna penale degli agenti di polizia, con la quale il ricorrente è stato riconosciuto vittima di trattamenti vietati, rappresenta un mezzo sostanziale di offrire una riparazione diversa dal versamento di una somma di denaro – Perdita sopravvenuta della qualità di vittima della violazione dell’art. 3 CEDU – Pretesa violazione del diritto ad un equo processo (art. 6, par. 1 e par. 3, CEDU) per effetto dell’utilizzazione in giudizio di elementi di prova ottenuti unicamente grazie alle informazioni estorte sotto minaccia di tortura – Eccezione di mancato esaurimento dei rimedi interni formulata dal Governo (non esaminata in ragione delle conclusioni di merito) – Intervento dei genitori del minore vittima di sequestro – Il divieto di utilizzare prove ottenute in violazione del diritto al silenzio ed a non auto-incriminarsi è una norma internazionale generalmente riconosciuta che mira ad mettere l’accusato al riparo da costrizioni abusive da parte delle autorità – Necessità di verificare se il ricorrente ha avuto la possibilità di contestare l’autenticità delle prove e di opporsi alla loro utilizzazione – La Corte non è competente a conoscere di errori di fatto o di diritto asseritamente commessi dalle giurisdizioni nazionali né a pronunciarsi in linea di principio sull’ammissibilità o meno di certi elementi di prova ottenuti illegalmente – L’utilizzazione di elementi ottenuti mediante il ricorso a trattamenti vietati dall’art. 3 CEDU suscita tuttavia gravi dubbi quanto all’equità della procedura – Le dichiarazioni confessorie così ottenute non devono mai essere invocate come elemento di prova della colpevolezza della persona vittima dei trattamenti vietati (ogni altra conclusione finirebbe per legittimare indirettamente il tipo di condotta moralmente reprensibile proibita dall’art. 3 CEDU) – Nel caso di specie, le dichiarazioni rese dal ricorrente sotto minaccia sono state escluse dal processo, ma sono state invece utilizzati gli elementi di prova ottenuti indirettamente grazie ad esse (c.d. “frutti dell’albero avvelenato”) – L’utilizzazione di tali elementi non viola automaticamente l’equità del processo a carico del ricorrente, ma esiste una forte presunzione in tal senso la quale deve essere valutata alla luce di tutte le circostanze concrete – Rilevanza nella specie degli altri elementi di prova non viziati e delle possibilità offerte al ricorrente per contestare l’ammissibilità delle prove contestate – Carattere accessorio degli elementi di prova contestati ai fini della condanna – Non violazione dell’art. 6, par. 1 e par. 3, CEDU.
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Nota

In questo caso, la Corte ha qualificato le minacce di tortura rivolte al ricorrente, sospettato del rapimento di un bambino, come trattamento “inumano” (con la precisazione che tale trattamento è contrario all’art. 3 CEDU anche se somministrato per salvare la vita altrui) ed ha precisato le condizioni necessarie affinché chi ha subito un trattamento contrario all’art. 3 CEDU possa perdere la qualità di “vittima” ai sensi dell’art. 34 CEDU. Merita attenzione anche la doglianza ex art. 6 CEDU, quanto all’utilizzazione di confessioni ottenute sotto costrizione (cfr., a contrario, Jalloh c. Germania [GC], sentenza del 17 luglio 2006, n. 54810/00).

In particolare, la Corte ha notato che la confessione ottenuta con la minaccia della tortura è stata dichiarata inutilizzabile e non ha ritenuto che i principi dell’equo processo imponessero in modo assoluto di eliminare le altre prove derivate dalle iniziali ammissioni del ricorrente (i c.d. “fruits of the poisoned tree”).
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