Camera, sentenza 2 febbraio 2010, ricorso n. 21924/05, Sinan Isik c. Turchia

Esaurimento dei ricorsi interni (art. 35 CEDU) – Libertà di coscienza, di pensiero e di religione (art. 9 CEDU) – Libertà di manifestare o non la propria religione o il proprio credo – Equo processo (art. 6 CEDU) – Divieto di discriminazione (art. 14 CEDU).

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Massima

Pretesa violazione del diritto alla libertà di pensiero e di religione in relazione alla menzione sulla carta d’identità dell’appartenenza religiosa (art. 9 CEDU) – Diritto a non essere obbligati a rivelare la propria religione o ad agire in maniera tale da consentire a terzi di trarre conclusioni quanto alle proprie convinzioni religiose – rigetto della richiesta del ricorrente di modifica dell’indicazione religiosa sulla carta d’identità – facoltà prevista dalla nuova legislazione di omettere sulla carta d’identità l’indicazione della propria religione – persistenza della qualità di vittima (art. 34 CEDU) – la mera indicazione sulla carta d’identità dell’appartenenza religiosa (sia essa obbligatoria o facoltativa) non è compatibile con la libertà di religione garantita dall’art. 9 CEDU – non necessario esaminare le altre doglianze relative all’art. 6 e all’art. 14 CEDU – assenza di richieste di equa soddisfazione ai sensi dell’art. 41 CEDU – indicazione di misure generali per l’esecuzione della sentenza ai sensi dell’art. 46 CEDU (cancellazione sulla carta d’identità dell’indicazione relativa all’appartenenza religiosa).
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Nota

La sentenza – concernente il rigetto di una richiesta di sostituzione, sulla carta d’identità, del termine “islam” con il termine “alevi” – si segnala dal punto di vista dell’art. 9 CEDU per l’interpretazione estensiva della locuzione “convinzioni religiose” adottata dalla Corte, la quale ha precisato che se le carte di identità prevedono una casella consacrata alla religione, il fatto di lasciarla vuota ha, inevitabilmente, una connotazione specifica. Di conseguenza, la menzione della religione sui documenti di identità mette comunque in gioco uno degli aspetti più intimi dell’individuo. Dal punto di vista dell’art. 46 CEDU, la Corte ha indicato che la soppressione della casella consacrata alla religione potrebbe costituire una forma appropriata di riparazione, che metterebbe fine alla violazione constatata.
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